ALABARDA

L’Alabarda può essere considerata come l’arma inastata per eccellenza, sia per via della sua notevole efficienza bellica che per la completezza strutturale, tanto da essere utilizzata nell’araldica come simbolo di buona guardia e di virtù guerriere. Tra le innumerevoli armi inastate protagoniste del ‘500, noi consideriamo l’Alabarda come la nostra Arma in asta rinascimentale di riferimento, per via della sua sottile complessità abbinata ad una ricchezza di metodo che nessun’altra arma lunga riesce a dare.

Incerta l’origine etimologica del nome. In lingua germanica, “Hellebarde” parrebbe derivare da “Halm-Barte” agglutinante quindi di “Bastone-Ascia”. Tale ipotesi potrebbe essere avvalorata con la comparazione di un’altra arma inastata diffusasi in Europa a partire dall’XI secolo: la Berdica, anch’essa proveniente dalle grandi scuri da guerra utilizzate dalle popolazioni germaniche del Nord Europa.

La testa di acciaio che caratterizza e differenzia l’Alabarda dalle altre armi inastate è composta su un lato da una possente scure abbinata sul lato opposto da una punta acuta a becco di falco. Inoltre, viene posizionata una poderosa cuspide perforante nell’estremità più alta, rendendo l’Alabarda un’arma lunga poco più del suo possessore, anche se tali dimensioni in campo bellico aumentano considerevolmente. Le varie forme delle parti che compongono quest’arma possono variare a seconda dell’area geografica e del periodo storico di riferimento. I numerosi reperti museali dimostrano come, a parte il variare delle dimensioni complessive (come sarà descritto più avanti), la forma della lama anteriore possa essere composta da una semplice lama dritta non separata dalla punta centrale, ad una mezzaluna concava o convessa che si assottiglia in prossimità del corpo centrale, fino a forme più articolate e sinuose di Alabarde aventi però finalità per lo più da parata o di rappresentanza per le guardie di palazzo quando ormai quest’arma smise di avere la sua funzionalità sul campo di battaglia.

L’Alabarda deve la sua grande diffusione in Europa grazie ai successi militari dei mercenari svizzeri a partire dal XIV secolo, restando in uso alle forze di fanteria fino ai primi decenni del XVII secolo. Nella sua forma più primitiva, estremamente simile alla Voulge svizzera (praticamente una mannaia inastata con una tozza punta posizionata in sommità abbinata ad un uncino sulla posteriore della testa), l’Alabarda cominciò a prendere la sua caratteristica forma lungo il Cinquecento: da una testa in acciaio dalla forma alquanto anonima, iniziarono ad emergere in modo chiaro la lama della scure frontale, l’uncino posteriore, e la cuspide acuminata superiore. Per via della sua pesantezza, la testa di quest’arma venne allora alleggerita ricorrendo a dei fori sulla lama della scure frontale e sull’uncino posteriore, se presente.

Per descrivere la temibile efficacia di quest’arma, sarebbe sufficiente citare la Battaglia di Morgarten avvenuta all’alba del 15 Novembre del 1315 tra l’esercito svizzero e quello austriaco, soprattutto mettendo in risalto l’enorme divario tra le forze dispiegate. Gli Austriaci poterono contare su ben 5.500 fanti e 2.500 cavalieri, mentre gli Svizzeri solamente su 1.500 uomini tra fanti armati di alabarde ed arcieri. Dopo appena due ore gli Svizzeri ottennero una vittoria schiacciante: gli Austriaci persero 1.500 uomini mentre gli Svizzeri appena 14 uomini. Le cronache affermano quanto segue:

“Gli Svizzeri erano armati con delle armi terrificanti conosciute con il nome di alabarde, e sebbene i loro avversari impugnassero armi affilate quanto rasoi, gli Svizzeri li fecero a pezzi.”

L’Alabarda fu inizialmente proprio l’arma distintiva dei mercenari elvetici, poiché era facile da produrre in grandi numeri, potendo così armare la fanteria (composta per lo più da persone di bassa estrazione sociale e rapidamente istruita alla guerra) di un’arma temibile a costi decisamente contenuti. Inoltre, l’Alabarda legò il suo nome alle forze di fanteria tra il XIV e il XV secolo anche per via della riscoperta di quanto fosse decisivo l’uso delle armi inastate durante il periodo classico, mettendo così fine all’indiscusso primato della cavalleria pesante sui campi di battaglia del Tardo Medioevo come formazione risolutiva per il buon esito di una battaglia, potendo i fanti caricare di punta ad una distanza di sicurezza la linea dei cavalieri in sella al proprio cavallo, o arrestarne semplicemente il temibile impeto. Infatti l’Alabarda permetteva di impegnare efficacemente il cavaliere corazzato colpendo direttamente la cavalcatura o trascinandolo giù dalla sella, con un colpo di lama o agganciandolo tramite l’uncino, ed uccidendolo tramite un affondo della cuspide o, nuovamente, con un altro colpo della scure portato alle parti deboli dell’armatura a piastre.

Lungo tutto il XV secolo, quando ormai pressoché tutti gli eserciti dei regni europei si erano dotati di numerosi quadrati di fanteria pesante (per lo più svizzeri o lanzichenecchi), l’Alabarda si reinquadrò sempre più con la funzionalità di “tranciapicche”. Allo stesso tempo si assistette ad un allungamento della cuspide superiore o ad una sua sostituzione con una lama di lancia vera e propria, onde permettere di impalare gli avversari nella mischia. Una evoluzione simile avvenne anche in un’altra arma utilizzata sul campo di battaglia dagli svizzeri e dai tedeschi che, pur avendo una forma totalmente differente, condivise la stessa utilità tattica dell’Alabarda: la Spada a due mani, che nel corso del XVI secolo volgerà nella Zweihänder.

Successivamente, dopo che l’utilizzo dell’Alabarda passò in uso anche tra le fila dei Lanzichenecchi del Sacro Romano Impero (abbinandola però anche all’utilizzo della Katzbalger per il combattimento ravvicinato) in quanto forza di fanteria voluta dall’imperatore Massimiliano I per cercare di arginare gli innumerevoli successi bellici proprio delle bande svizzere, come avvenuto per le altre armi bianche, lungo tutto il XVI secolo l’Alabarda perse progressivamente utilità sui campi di battaglia per via della sempre maggiore presenza e predominio delle armi da fuoco, finendo con il divenire nel XVII secolo alla stregua di un’arma distintiva di alcuni sotto-ufficiali. Per rendere meglio l’idea, i famosi Tercios del Regno di Spagna, ovverosia la forza di fanteria dominante in Europa fino alla Battaglia di Rocroi del 1643, fecero un uso molto ristretto dell’Alabarda, ricorrendo piuttosto al più efficace, vincente e moderno abbinamento “Picca e Archibugio”.

In quanto arma di difesa personale, l’Alabarda fu successivamente utilizzata in forza alle truppe preposte alla protezione del sovrano sino al XVIII secolo, iniziando però a sviluppare forme più leggere aumentando sempre più le dimensioni della cuspide superiore a discapito della scure, e ottenendo spesso forme ibride con un’altra arma inastata molto in uso dai corpi a protezione delle varie famiglie reali: la Partigiana. Ancora oggi l’Alabarda è famosa per essere in uso a quelle forze di sicurezza statali che integrano all’uniforme vera e propria un’uniforme da parata con elementi storici, come lo sono, ad esempio, la Guardia Svizzera Pontificia e la Guardia Real di Spagna.

La trattatistica italiana dei Maestri d’arme dell’epoca sembra piuttosto carente in merito al sapiente utilizzo di un’arma possente ma complessa come l’Alabarda. Questo perché nella penisola italiana era più diffusa un’altra arma inastata, anch’essa alquanto simile all’Alabarda stessa non tanto nella forma ma nella funzionalità delle parti che la componevano: la Ronca. Non deve stupire, quindi, come nell’opera rinascimentale di Achille Marozzo, pur non trattando direttamente l’utilizzo dell’Alabarda, nella tavola che raffigura il combattimento di Ronca sia posizionata un’Alabarda ai piedi dell’uomo d’arme.
Proprio ad avvalorare la similitudine di queste due armi, possono venire in aiuto altre due constatazioni storicamente comprovate: la prima è come la Ronca in territorio germanico venisse chiamata anche con il nome emblematico di Italienische Helmbarte (“Alabarda all’italiana”). La seconda è come lo stesso Maestro d’arme modenese Giacomo di Grassi equipari entrambe le armi tanto da poterne descrivere il loro utilizzo nominandone alla fine solamente una:

“Havendo la Roncha & la Allabarda la medesima offesa et difesa, & la medesima lunghezza, non mi pare di doverne fare doi trattati percioché mi sarebbe forza replicar quell‘istesso in ambidoi, il che essendo superfluo genera fastidio. Dico adunque che volendo adoprar la roncha o allabarda, le quali essendo il medesimo nominerò tutte le due indiferentemente per il nome d‘allabarda.”
– Ragion di adoprar sicuramente l’arme, 1570.

Ma la ragione per cui gli uomini d’arme italiani predilissero la Ronca all’Alabarda è possibile trovarla più avanti sempre tra le parole dello stesso di Grassi, il quale definisce a suo pensiero la Ronca come la più perfetta tra le armi inastate:

“/…s‘accorsero che l‘huomo con l‘armi in mano può far sei moti, ciòe uno verso il capo, uno verso i piedi, uno alla destra, uno alla sinistra, uno inanzi verso l‘inimico, & uno indietro verso le stesso, de quali cinque possono benissimo offendere & uno solo vi era che è l‘ultimo, il quale né offendeva né diffendeva, però volendo che questo moto ancora non fosse inutile vi aggiunsero un rampino con la punta volta verso il manico, con il quale si può facilmente stracciar l‘armi & tirar gli huomini da cavallo. Quelli che formorono la allabarda moderna volsero che questo rampino fosse nel falso. Et quelli che formorono la ronca lo volsero nel taglio, lasciando però il taglio tanto lungo che il rampino non s‘impedisse punto il ferir di taglio, anzi perché il taglio havesse maggior effetto volsero che in ogni parte il rampino fosse tagliente. Haveremo dunque per le cose dette che la roncha sia la più perfetta di tutte quest‘altre armi, perciò che offende in tutti sei i moti et con il rampino taglia et punge, il che non fa la allabarda moderna…/”
– Ragion di adoprar sicuramente l’arme, 1570.

In realtà avvene un tentativo in territorio italico di fondere le qualità di entrambe le armi, creando una tipologia ibrida di Alabarda-Ronca chiamata “Alabarda a Scorpione”, la quale presenta: i due denti d’arresto tipici della Ronca tra la gorbia e la lama, la spina posteriore della Ronca però spostata più in alto direttamente a ridosso della cuspide superiore e dalla forma a becco di falcone tipica dell’Alabarda, mentre la lama anteriore si conclude con una estremità appuntita a brocco che non è per nulla simile alla scure dell’Alabarda ma che neanche si piega per prendere la forma uncinata del raffio tipica della Ronca.

Al Maestro d’arme svizzero Joachim Meyer spetta sicuramente il merito di essere riuscito a mostrare nel suo trattato tutta la complessità, l’efficacia e il fascino di un’arma da guerra come l’Alabarda, esulandola però dal contesto bellico ed inserendolo nel combattimento uno contro uno, ma comunque formativo per l’uomo d’arme prossimo a combattere le future battaglie. Per venire incontro ad una pratica più sicura, come avvenuto per le altre armi, le alabarde utilizzate all’interno delle Fechtschulen del Sacro Romano Impero erano costruite interamente in legno.
Potenti tagli contro l’asta o le braccia avversarie atti ad intimidire o rompere la solide guardie del nemico, punte insidiosissime accompagnate da finte con il corpo, rapidi movimenti rotatori con l’asta che hanno come finalità quella di impedire all’avversario di agire liberamente ed allo stesso tempo di nascondersi dietro l’arma, prese, agganci e veloci disarmi, sono tutti questi i tratti che caratterizzano un’arma estremamente tecnica come l’Alabarda.

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